Cannabis Light e disinformazione. Facciamo chiarezza

Cannabis: le verità distorte della disinformazione

Giocare sul confine fra realtà e bugia è il compito della disinformazione e la cannabis lo sa bene.

 

A giudicare dalla legislazione vigente nella maggior parte dei paesi del mondo, dalla narrazione sulle conseguenze del suo utilizzo e dalle notizie riportate da media e politici sembrerebbe che la canapa sia il diavolo in persona, il pericolo numero 1, la droga più pericolosa e la causa primaria della tossicodipendenza.

Eppure, non esiste alcuno studio che certifichi la pericolosità, la tossicità e le nefaste conseguenze di cui tutti parlano. Possibile? Ebbene sì e vi sarà sufficiente fare una rapida ricerca in rete per constatare come non esista alcuna ricerca scientifica che attesti la cattiva reputazione che circonda la cannabis. Ciò che troverete è solo disinformazione, la più ampia e gigantesca operazione di disinformazione mai circolata, rispetto un argomento che coinvolge ormai un numero di persone davvero elevato.

Moralismo e interessi economici si mescolano in una guerra alla verità che non è frutto di questo secolo, ma affonda le proprie radici nell'inizio del novecento, quando negli Stati Uniti coltivazione e uso della canapa entrarono in collisione con interessi economici di dimensioni gigantesche, in nome delle quali partì la prima, grande campagna di disinformazione contro un'innocua piantina, usata da decenni, e con successo, nell'industria, in agricoltura e in campo medico.

La nascita della disinformazione sulla canapa

Vi dice nulla il nome Anslinger? Quest'uomo fu il primo capo del Federal Bureau of Narcotics, dipartimento creato negli Stati Uniti nel 1931, quando razzismo ed interessi economici si coalizzarono in una nuova guerra: quella alla canapa.

Fino a quel momento, questa pianta era ampiamente utilizzata in campo medico: mal di testa, epilessia, asma e glaucomi venivano normalmente trattati con la cannabis, i cui effetti psicoattivi erano considerati talmente insignificanti, che veniva somministrata anche ai bambini.

Ma negli anni 30 qualcosa cambia. L'interesse per la canapa come materia prima per l'industria comincia a collidere con gli interessi di petrolieri ed industriali del comparto chimico. Le recenti scoperte in campo industriale avevano portato al successo il petrolio e tutti i suoi derivati, dalla plastica ai solventi chimici, utilizzati per la produzione della carta di giornale.

In quegli anni, quindi, gli interessi di William Randolph Hearst, editore e imprenditore di successo, e quelli dell'industria chimica Du Pont s'incontrano e da questa lobby partì la più massiccia guerra alla canapa mai intentata nei paesi occidentali.

Ma come convincere gli americani, soprattutto quelli delle aree rurali, a fare a meno di questa pianta? Con l'aiuto della disinformazione, Ansliger, che si fece portatore delle istanze del mercato, in pochi anni convinse gli americani che la canapa fosse l'erba del diavolo, una droga pericolosissima e la vera responsabile di tutti gli efferati casi di cronaca di quegli anni. Come fece? Con l'aiuto dei media e giocando con l'ingenuità, l'ignoranza e una certa dose di razzismo, che serpeggiava in tutti gli strati della popolazione statunitense.

Non ci credete? Invece ci è riuscito, utilizzando una serie di affermazioni che oggi provocherebbero ilarità e indignazione, ma che all'epoca fecero leva sulla mancanza di fonti di informazione alternative e sul razzismo strisciante nei confronti della minoranza messicana e della popolazione di colore.

Al Congresso, giocando sull'intolleranza razziale, Anslinger riuscì a sostenere che “ci sono 100.000 fumatori di marijuana negli Stati Uniti e la maggior parte sono negri, ispanici, filippini e gente dello spettacolo: la loro musica satanica, jazz e swing, è il risultato dell'uso di marijuana. Il suo uso causa nelle donne bianche un desiderio di ricerca di relazioni sessuali con essi”.

Della marijuana si diceva che fosse “un'erba con le radici nell'inferno”, che spingesse “verso il peccato le vostre figlie”, che portasse a “omicidi, pazzia e morte”. Oggi sembra assurdo, ma la campagna mediatica voluta da Anslinger e portata avanti con tenacia da Hearst funzionò, tanto che nel 1937 la canapa venne messa fuori legge e riuscì a tirare fuori la testa dal buco in cui l'avevano cacciata solo negli anni 60, quando i movimenti giovanili dell'epoca la riportarono agli onori della cronaca.

Effetti della cananabis: disinformazione strisciante e palesi bugie

Oggi la situazione non è molto cambiata e la cannabis continua a essere oggetto di campagne mediatiche distorte e disoneste. L'unica cosa che è cambiata è la leva su cui tenta di far presa la disinformazione.

Cavalcando l'onda dei timori della popolazione per il problema della tossicodipendenza, politici e media mescolano ad arte le carte, per diffondere l'idea che la cannabis sia la principale responsabile dell'uso massiccio di eroina, cocaina e droghe sintetiche.

Chi non ha mai sentito la frase “dallo spinello si passa all'eroina”? Un'affermazione ripetuta talmente tante volte da apparire come verità, nonostante sia un assurdo sin dalle sue premesse. Certo, è molto probabile che chi faccia uso di oppiacei o cocaina abbia fumato anche della cannabis, ma dov'è il nesso causale? Sarebbe come sostenere che chi è alcolizzato lo sia perché ha bevuto una birra. Certo che l'ha fatto, ma questo significa forse che tutti quelli che si fanno un aperitivo fra amici diventino alcolizzati? Assolutamente no!

Giocare sulla linea sottile che distingue un'affermazione ovvia da un nesso causa-effetto è diventata la missione di politici, TV e giornali, creando un gioco di specchi infernale in cui la verità si scompone in una serie di affermazioni distorte e fuorvianti.

Fateci caso: ogni volta che si parla degli effetti della cannabis, sentirete solo dichiarazioni roboanti, ma mai la menzione di uno straccio di ricerca scientifica degna di questo nome, che ne attesti la veridicità. Anslinger ha fatto scuola.

 

La disinformazione sulle sentenze di Cassazione

Nel 2016 la legge n°242 ha permesso la nascita di un mercato che, ad oggi, viene stimato in 80 milioni di euro l'anno: il comparto della cosiddetta cannabis light miete successi e contribuisce concretamente allo sviluppo economico del paese, ma nonostante ciò è fortemente ostacolato dalla politica e dai media, che continuano a fare disinformazione, mescolando dati statistici e interpretazioni normative.

L'ultimo episodio di disinformazione palese risale a pochi giorni fa, in occasione dell'ennesima sentenza di Cassazione, quando la maggior parte delle prime pagine dei giornali apriva con titoli allarmanti: “è reato commercializzare i derivati della cannabis light”, “stop alla vendita: è reato”, “la legge non consente la vendita dei derivati” e via di seguito, con decine di affermazioni totalmente fuorvianti.

Ma cosa dice esattamente la sentenza della Corte? In poche parole sostiene, sì, che è vietata la commercializzazione della cannabis, ma ciò che i media non riportano sono quelle 2 righe finali che dicono testualmente “salvo che i prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Qual è l'efficacia drogante? La sentenza non stabilisce con quale livello di THC un prodotto sia privo di efficacia drogante. E ciò è dovuto al fatto che non esiste una legge che definisca il limite di THC oltre il quale un derivato dalla canapa può avere tale efficacia. Esiste però un’ampia letteratura scientifica e forense che fissa allo 0,5% il limite di THC al di sotto del quale non è rilevabile effetto psicoattivo. Inoltre, una recente Circolare del Ministero dell’Interno del luglio 2018 richiama tale limite: “Per la cannabis sia la tossicologia forense che la letteratura scientifica individuano tale soglia attorno ai 5 mg di THC che in termini percentuali equivalgono allo 0,5% … Ne consegue che quantitativi pari ai 5 mg di THC per singola dose/assunzione consentirebbero di attribuire la natura di sostanza stupefacente alle infiorescenze in esame” 

Questo significa che, nei fatti, non vi è alcun divieto alla vendita di cannabis light, ma le affermazioni dei media e i toni aggressivi di parte del governo hanno spaventato più di un operatore del settore che, in mancanza di leggi chiare e di univoca interpretazione, ha preferito chiudere bottega, rinunciando agli investimenti fatti e al proprio futuro lavorativo.

Si continua a chiedere di colmare un vuoto normativo che mette a rischio migliaia di operatori del settore, ma prima ancora di una legge chiara e definitiva, andrebbe disinnescata la disinformazione, che mina la comprensione reale di leggi e sentenze. La difficoltà di comprendere fino in fondo cosa la legge permette e cosa no, è stata spesso alla base di sequestri illegali operati nei confronti di commercianti ed operatori del settore, con conseguenze pesantissime in termini di costi e processi.

Leggi esplicite, assenza di vuoti normativi e un'informazione precisa e puntuale sono gli ingredienti necessari per non affossare un comparto economico che, oltre a venire incontro alle richieste del mercato, funge da volano per l'economia e sottrae consumatori alle spire del traffico illegale di marijuana.

Il vero nemico non è la cannabis light, ma la disinformazione.


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